Steelers, il successo arriva dalle fondamenta

Pubblicato: gennaio 26, 2011 da davelavarra in NFL

James Harrison e Lamarr Woodley, due simboli della Steel Curtain 2.0

Vincere con continuità può rappresentare un grosso problema nella Nfl, tenendo conto dei suoi complicati meccanismi salariali (ad eccezione di questo uncapped year – ndr) volti a garantire la possibilità di competere ad alti livelli a tutte le squadre, senza creare eccessive fratture dividendo le franchigie per potere d’acquisto. E’ un sistema che privilegia l’equità e sostiene il concetto di pari opportunità, studiato appositamente per rendere più difficili le cosiddette dinastie.

Non sempre la Nfl è riuscita in questo intento, perché certe squadre, grazie a figure di grande qualità nei ruoli di general manager, scout, e coaching staff, sono riuscite ad aggirare comunque l’ostacolo costruendo con abilità dal draft, aggiungendo di anno in anno la profondità necessaria per i settori del roster maggiormente scoperti, firmando i giusti free agents senza sperperarvi denari eccessivi, con il risultato di centrare l’obbiettivo di creare degli invidiabili cicli vincenti.


L’esempio che ci piace particolarmente citare è sempre il medesimo, sono i soliti New England Patriots, capaci di sfidare le leggi della free agency quando i concorrenti non ne erano in grado, e gestiti con un occhio alle economie ed uno alla lungimiranza, senza ritenere nessun elemento indispensabile.
Chi chiedeva troppi soldi non ha mai trovato terreno fertile, perché la dirigenza aveva sempre pronto un adeguato sostituto per rimpiazzare il Deion Branch od il Richard Seymour di turno, spediti altrove a firmare contratti più importanti con il ricavato di numerose scelte, che ogni anno vanno ad arricchire un draft che vede i Patriots uscire sempre positivamente.

Su questo modello si sono sempre mossi anche i Pittsburgh Steelers, che dal draft hanno pescato correttamente nella maggior parte delle occasioni, arrivando a gestire una squadra competitiva in modo costante e soddisfacente senza il bisogno di dover ricostruire come fanno tante altre compagini, senza mai far perdere la pazienza a dei tifosi che raramente vivono più di una stagione consecutiva senza playoffs, tenendo fede ad una cultura sportiva che mira all’eccellenza, e mantiene sempre le proprie promesse. E ‘un’azienda che funziona, condotta da persone di successo.

Introduzione magari un po’ lunga, ma doverosa per leggere tra le righe questa ennesima qualificazione al Super Bowl per la squadra della Pennsylvania, la franchigia che gioca duro, fisico, nel freddo gelido senza pietà alcuna, rispecchiando fedelmente le caratteristiche dei cittadini lavoratori che risiedono nella città dei tre fiumi.

Nel tempo, gli Steelers hanno edificato quella che con tutta probabilità verrà storicamente ricordata come la Steel Curtain 2.0, una difesa che quando abbassa le saracinesche non fa passare più nulla, un reparto che gioca sul carattere e con tanti muscoli, sudando come un gruppo di operai dell’acciaio capeggiati da un grande leader e stratega, Dick LeBeau.
Il draft è in gran parte responsabile dell’amalgama di un gruppo coeso, costruito appositamente attorno alla 3-4 tanto cara al defensive coordinator cercando costantemente di far combaciare le qualità del prospetto con le caratteristiche del personale richiesto dallo schema.

Gran parte delle tracce che riconducono al roster attuale partono addirittura da un decennio fa, quando al primo giro Pittsburgh scelse quella che sarebbe stata l’ancora del mezzo della difesa per gli anni a venire, Casey Hampton, facendo di lui un nose tackle con i fiocchi, in grado di effettuare giocate importantissime anche nella presente edizione dei playoffs.
La tornata di scelte migliore non è stata quella del 2003, che si potrebbe giudicare in quel modo per il solo fatto di vedere il nome di Troy Polamalu in cima alla lista, in quanto uno dei veri capolavori sarebbe arrivato quattro anni più tardi, con un uno-due mortifero con il quale gli Steelers ricostruivano in modo duraturo il proprio reparto linebackers prendendo in un sol colpo LaMarr Woodley e Lawrence Timmons, coppia terrificante di giocatori in grado di crescere esponenzialmente fino a garantire quella pass rush richiesta da questa strategia difensiva, senza poi contare la pesca miracolosa del signor James Harrison, trasformatosi nel pilastro dell’intero reparto proprio in quel 2007, in seguito ad una lunga gavetta dovuta alla sua immaturità.
Tornando indietro solo di un anno da oggi, troviamo un pezzo giovane ma già determinante, Evander “Ziggy” Hood, preso in fondo al primo giro nel 2009 e presto rivelatosi una corretta soluzione per il ricambio di polmoni nella linea difensiva, specializzatosi nel difendere contro le corse.

Dalle chiamate che si svolgono nella tarda primavera arrivano pure i pezzi principali dell’attacco, primo di tutti il sorrisetto irritante di Hines Ward, preso addirittura nel 1998 ed ancora oggi insostituibile recordman che ha elevato il ruolo di possession receiver ad un’altra dimensione, mentre qualche tempo più in là, nel 2004, Ben Roethlisberger tentava con successo di smentre gli scettici visto il suo legame con una piccola università, Miami (Ohio), facendo da terzo incomodo tra Eli Manning e Philip Rivers, scambiati tra Giants e Chargers in una delle mosse più ricordate del draft day.

Per qualche anno Pittsburgh avrebbe investito costantemente la prima scelta su un giocatore offensivo, ed in seguito alla selezione del sopra menzionato quarterback che avrebbe fatto tante delle loro fortune, avrebbero aggiunto il tight end Heath Miller nel 2005, un bloccatore straordinario dotato di mani morbidissime per ricevere, nonché Santonio Holmes nel 2006, ovvero il giocatore che avrebbe scritto una colossale pagina di storia grazie a quel magico equilibrio con cui regalò la vittoria nel Super Bowl contro i Cardinals, grazie ad una ricezione che verrà per sempre presa da esempio perfetto di come si possa catturare un pallone in caduta tenendo i due piedi all’interno del campo.

Proprio come i Patriots fecero con Branch, gli Steelers avrebbero poi deciso di salutare senza remore Holmes in seguito a problemi fuori dal campo, dannosi per la loro immagine e per la moralità che da sempre contraddistingue la proprietà dell’organizzazione, sostituendolo con un paio di nuove leve nel draft 2010, Emmanuel Sanders ed Antonio Brown.
L’ultimo dei due, un sesto giro prelevato da Central Michigan, è stato decisivo nelle due gare di postseason disputate da Pittsburgh, convertendo un fondamentale terzo e 19 contro i Ravens, e facendosi trovare puntuale all’appuntamento con la ricezione anche contro i Jets, quando la sua presa andava a conquistare il primo down che affossava le speranze di rimonta di Ryan e soci. Stiamo parlando di un esordiente, lasciato da parte a lungo in quelle interminabili ore di attesa vissute da chi sogna di essere scelto per la Nfl, che ha scritto giocate di grande spessore con un premio molto alto in lizza, nel difficile clima della postseason. Lo scouting, quindi, va spesso al di là delle mere doti tecniche di un giocatore.

Restando nel 2010, il rookie cche più degli altri ha fatto la differenza è stato il primo round Maurkice Pouncey, interprete meraviglioso di uno dei ruoli più difficili del football, quello di centro, il quale deve possedere una mano ferma per gli snap, ma soprattutto un quoziente intellettivo particolare, che gli permette di leggere con anticipo le intenzioni della difesa gestendo i blocchi dei compagni. Per un giocatore così giovane ed inesperto a livello professionistico, la stagione d’esordio è stata eccellente, ed ha portato un velo di ottimismo per il futuro del reparto più problematico della squadra, la tanto discussa linea offensiva.

Nel 2008, infine, alla ricerca di un running back in grado di giocare fisicamente ma contemporaneamente capace di tagliare l’angolo leggendo i blocchi, Pittsburgh ripose la propria fiducia su Rashard Mendenhall, quarto giocatore del suo ruolo scelto al primo giro all’epoca, ovvero lo stesso ragazzo che un paio di sere fa ha fatto vedere i sorci verdi alla grande difesa contro corse della premiata ditta Ryan/Pettine, fornendo una delle sue migliori prestazioni di carriera in uno dei momenti chiave della stagione degli Steelers, dopo aver disputato l’ennesimo campionato in crescita, nell’obbiettivo di fugare ogni dubbio sul fatto di poter essere considerato a pieno titolo il feature back di Pittsburgh, che sin dal ritiro di Jerome Bettis aveva cercato una figura simile.

Quando un’organizzazione funziona bene sotto tutti i punti di vista non può che avere di ritorno delle soddisfazioni di alto livello, l’hanno dimostrato i Patriots a loro tempo (ed ancora oggi – ndr) e lo testimoniano gli Steelers di questa recente epoca, che si possono permettere di vincere, ricostruire passando un anno in esilio fuori dalla postseason, e poi vincere ancora. Così dice la loro storia dal 2005 ad oggi.

Se poi qualcuno sgarra o si rimette in riga o se ne va, perché il modo vincente di gestire una squadra di football si deve leggere anche attraverso determinati provvedimenti. L’allontanamento di Santonio Holmes è stato emblematico così come la validità dei suoi rimpiazzi, e la gestione dello scottante caso Roethlisberger è stata guidata come meglio non si poteva. Ad inizio campionato, per quattro giornate, Pittsburgh ha vinto senza il suo leader offensivo utilizzando due registi diversi, senza sapere se Big Ben sarebbe mai tornato nei cuori dei tifosi in seguito ai suoi problemi fuori dal campo, in un’altra dimostrazione del fatto che, pur cambiando il personale per un breve periodo, le vittorie arrivano comunque in questa città.

I periodi bui, le difficoltà a livello d’immagine, i dubbi nascenti dal fatto che molti giovani avrebbero dovuto farsi avanti per garantire continuità di risultati, sono state una somma di difficoltà che gli Steelers hanno ancora una volta superato brillantemente, sovvertendo molti pronostici nonostante la loro fama vincente.
Due anni fa riuscirono a fare la storia e mettere un anello anche sulla seconda mano, dopo aver riempito tutte le dita della prima. Oggi Pittsburgh è di nuovo al Super Bowl, la fame non sembra essersi placata, e l’ingresso nella leggenda della Nfl è esattamente dietro l’angolo, ad una sola vittoria di distanza.

commenti
  1. Marco Multari scrive:

    Complimenti Dave, bellissimo pezzo, esaustivo per chi vuole conoscere meglio la franchigia più vincente degli ultimi anni..

    Sono d’accordo su tutto, è la gestione dei casi scottanti che crea le grandi squadre, oltre alle competenze a livello di draft e non solo. Immagino che pochi sarebbero riusciti a mantenere il caso Big Ben entro i limiti, nonostante le gravità delle accuse, come hanno fatto questi Steelers..

    • Brett scrive:

      E’ vero è un bell’articolo Dave.
      Marco hai ragione su come gli Steelers hanno gestito il caso Roethlisberger, c’è anche da dire che i media pur trattando la vicenda (una vicenda con risvolti penali, ricordo) non ne hanno fatto un ossessione martellante. Mi dispiace fare riferimento sempre a Favre, ma diverso è stato il trattamento mediatico (per una vicenda moralmente non edificante ma penalmente irrilevante) riservato per lo Sterger-gate. Lo sport professionistico americano (e non solo evidentemente) vive su “percezioni” mediatiche. Cutler è diventato un giocatore senza “cuore” perchè la macchina mediatica così ha voluto; Vick anche dopo il carcere, è rimasto un assassino di cani nell’immaginario collettivo finchè ESPN non ha deciso di spingere pesantemente sull'”effetto redenzione”; Favre è diventato una queen drama anche (e a mio avviso soprattutto) perchè Scott Hanson e tutti gli altri del circus hanno contribuito a creare questa “percezione”. Marvin Harrison Ray Lewis sono stati coinvolti in omicidi, ma non si è mai avuto la “percezione” che fossero bad-boys. Vedo che hai KB24 nell’immagine, anche lui se l’è vista brutta ad un certo punto…

      • Marco Multari scrive:

        Non posso far altro che essere d’accordo con te.. In questo siamo molto simili agli Stati Uniti. L’impatto mediatico è fondamentale ovunque a quanto pare. E tutti gli esempi che hai portato sono perfettamente calzanti.. Bravi gli Steelers, ma bravi anche i.. media…

  2. misterpako scrive:

    complimenti , bell’articolo , interessente quanto vero , i STEELERS hanno lavorato alla grande , il superbowl x me lo vincono loro

  3. Marco Multari scrive:

    Non posso far altro che essere d’accordo con te.. In questo siamo molto simili agli Stati Uniti. L’impatto mediatico è fondamentale ovunque a quanto pare. E tutti gli esempi che hai portato sono perfettamente calzanti.. Bravi gli Steelers, ma bravi anche i.. media…

  4. atorre scrive:

    Il football rappresenta l’espressione massima della programmazione e del buon fato che si uniscono insieme per dare vita a stagioni o una serie di stagioni positive.
    Programmazione intesa come dirigenza e coaching staff, che ne capiscano veramente qualcosa di questo sport (qui a Pitt sono veramente ad alti livelli da sempre).
    Buon fato, perchè in base alle loro idee riescano a pescare una serie di ottimi giocatori nei draft (tutti quando pescano al draft sono sicuri di trovare il campione del domani), ma super buon fato che questo gruppo di fenomeni riescano a giocare insieme senza subire infortuni che ne possano far saltare la stagione (lo scorso anno quando Polamalu si infortuno, la macchina si inceppo).
    Ora è il momento di Pittsburgh.

  5. davide_c scrive:

    Uno dei migliori articoli sul football che mi sia mai capitato di leggere ;-)
    Davvero una bella disamina sui meccanismi salariali e capacità di gestione dei team, e nello specifico, sugli Steelers

  6. Amedeo Pesole scrive:

    Ottimo articolo, Gli Steelers non me ne vogliano i loro tifosi non sono niente di speciale e in più mi sono anche antipatici, mi sbaglierò ma Green bay la vedo maggiormente motivata.

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