Seattle, la squadra delle seconde chances.

Pubblicato: gennaio 13, 2011 da andrevikings in NFL

Probabilmente nessuno ci avrebbe scommesso, nemmeno un misero dollaro, invece i Seattle Seahawks, prima franchigia nella storia della NFL a qualificarsi per la postseason con un record perdente, sono riusciti nell’impresa di battere i campioni in carica di New Orleans, superandoli al termine di una partita per la quale molti, se non tutti, li davano per spacciati fin dall’inizio.

Carroll festeggia, per lui prima vittoria in postseason con Seattle.

Un inizio che invece ha straordinariamente messo il match nelle loro mani, permettendogli di gestire come meglio potevano una sfida delicatissima e complicata come quella andata in scena al Qwest Field in un sabato pomeriggio che potrebbe passare alla storia ed andare ad aggiungere pagine a quel volume sulle leggende del football che continua a riempirsi di parole, emozioni, racconti, sogni ed episodi che aumentano la grandezza di questo straordinario sport, racchiuso in un alone leggendario.

I Seahawks sembrano infatti avere le carte in regola per scrivere un’altra puntata di questa magica storia, ed entrare nella memoria dei posteri come la squadra delle seconde occasioni, la franchigia che ha dato la possibilità di riscattarsi ad alcuni a cui la NFL aveva sbattuto la porta in faccia, che erano stati accantonati con troppa foga o che non riuscivano più a risalire la china.

Partendo dall’head coach Pete Carrroll, letteralmente cacciato da Robert Kraft, owner dei New England Patriots, al termine della stagione 1999, e facendo scorrere il roster di Seattle, sono molti i nomi di quelli che sabato scorso, si sono tolti il fatidico sassolino dalla scarpa, riallacciando il filo di un discorso con il football che avevano lasciato in sospeso per diverso tempo, chi per una sola stagione, chi per anni, chi anche solo per qualche mese, quello necessario a prendersi la famigerata rivincita al termine di un prezioso rematch, come nel caso di Raheem Brock, che a Febbraio 2010 si era visto sfuggire il bis nel Super Bowl proprio per colpa dei Saints.

Vendetta, rivincita, riabilitazione, erano tante le emozioni che sono passate nei cuori e nelle menti dei giocatori dei Seahawks, che guidati sul campo da un Matt Hasselbeck tornato a splendere come nei playoffs del 2005, quando portò la squadra dello stato di Washington ad un passo dal titolo, hanno avuto ragione di una New Orleans che forse, in una sola partita, ha pagato il conto che aveva aperto con la fortuna, così amica nel percorso playoffs della scorsa stagione.

Questione di centimetri ancor prima che di numeri, di episodi, di fattori, come quelli che hanno deciso la sfida, da quel 4&1 azzardato da Sean Payton che più di ogni altra azione ha deciso la partita, marchiando un momento clou con i colori e le effigie di Seattle quando, solo dodici mesi prima, in una situazione analoga, aveva deciso di sorridere ai Saints, belli e fortunati nel Championship NFC vinto sui Vikings.

Down che vengono, down che vanno, alla fine la ritrovata precisione di Hasselbeck, sempre poco convincente durante la regular season, tanto da farsi sostituire in più di un’occasione da Charlie Whitehurst, e le yards macinate da Marshawn Lynch, rinato sotto le attente cure di Carroll, sono quelle che hanno permesso ai Seahawks di muovere la catena e conquistare preziose porzioni di campo.

Un campo amico, all’interno di uno stadio che forse mai come prima si è stretto attorno ai suoi campioni, ai tanti volti nuovi che sono stati scelti dall’ex allenatore di Southern California, uno che con i Trojans ha davvero fallito pochi obiettivi, per rilanciare una franchigia che solo cinque anni fa era arrivata a giocarsi il Vince Lombardi Trophy, trascinata dalle potenti corse di Shaun Alexander e dalle sbracciate di quello stesso quarterback che ha faticato a brillare in quest’ultimo lustro.

Un periodo di tempo lungo, che ha visto Seattle passare dal ruolo di papabile outsider a semplice comprimaria, colpita duramente dalla perdita di alcuni fondamentali elementi della linea offensiva, su tutte quella di Steve Hutchinson, e dalle primavere che sono passate inesorabili sulla maggior parte dei migliori giocatori presenti a roster, indebolendola continuamente e portandola verso una deriva che, sulle rive del Pacifico, in tanti non volevano accettare.

Da qui è partita la voglia di riscossa, ancor più sentita e desiderata dopo l’addio improvviso di Mike Holmgren, sedotto dalle sirene di Cleveland a tal punto da abbandonare senza troppe remore una franchigia a cui aveva dato certo tanto, ma dalla quale aveva ricevuto in cambio i migliori risultati della sua carriera da allenatore; una voglia di rinnovamento, di ricostruzione che ha portato i Seahawks a scommettere su un coach relativamente giovane, al quale la NFL aveva chiuso la porta in faccia, senza tanti complimenti ne fronzoli.

Sfortunato nella prima esperienza da HC nei Jets, dove è stato licenziato dopo appena una stagione, inconcludente nella già citata seconda esperienza a Boston, dove non è riuscito a guidare alla vittoria una franchigia che dal 2000 ad oggi ha dominato il football professionistico, Carroll è tornato in NFL con la ferma convinzione di ricacciare in gola ai tanti esperti che lo criticavano tutte quelle illazioni sulla sua incapacità di essere un fattore anche al piano di sopra, tra i grandi, dove si fa davvero sul serio.

Critiche forse giuste, ma inesorabilmente spazzate via dopo la buonissima partita disputata dai suoi ragazzi di fronte ai campioni della Louisiana, ai quali hanno concesso poco o nulla, arginando come meglio potevano l’attacco e colpendo con incredibile freddezza e veemenza una difesa che era stata sempre fondamentale ai Saints per permettere al fenomenale passing game di Brees di mietere vittime, inanellando successi e vittorie a ripetizione.

Una seconda occasione che andava sfruttata, e pazienza se a Seattle dovevano fare i conti con la macchia di essere il primo team perdente ad affacciarsi ai playoffs, pazienza se la qualificazione era arrivata per il rotto della cuffia, al termine di una stagione regolare tutt’altro che esaltante; contava darci dentro nei match che contano, giocare a faccia aperta le partite secche, senza mai perdere di vista l’obiettivo per puntare sempre e comunque al massimo.

Dare tanto, lavorare sodo, per ottenere tanto, questa la filosofia che Carroll ha cercato di portare nei Seahawks, per ripetere quei successi ottenuti con i Trojans che l’avevano portato fino al back-to-back nel National Championship, disputato sia nel 2003 che nel 2004, e a sette titoli Pac-10 consecutivi dal 2002 al 2008; anni importanti, che l’avevano proiettato tra le leggende viventi del college football, grazie alla sua grande capacità di collezionare vittorie e scoprire giovani talenti.

Talenti dei quali faceva parte anche Mike Williams, tanto desideroso di entrare in NFL al termine della sophomore season, 2003, da bruciarsi la possibilità di rivincere il National Title e di conseguenza, la possibilità di fare ulteriore esperienza in NCAA e ridurre il salto dal football universitario a quello professionistico; un salto che ha patito parecchio, fallendo prima nei Lions, che l’avevano selezionato con la decima assoluta nel 2005, e poi nei Raiders, dove è stato per pochissimi mesi prima di vestire la divisa dei Titans, che fino all’Aprile di quest’anno sembrava dovesse essere l’ultima della sua inconcludente carriera.

Due stagioni, 2008 e 2009, a tanto era ammontata la distanza del numero 17 dai campi NFL, prima che vi rientrasse dalla porta principale quest’anno, diventando il nuovo faro del gioco aereo dei Seahawks, di cui è stato leading receiver al termine della stagione, combinando 52 ricezioni per 654 yards e 2 TD in 10 partite disputate.

Una crescita costante, che ha portato Williams a ripercorre quei fasti degli anni universitari, ridonandogli un po’ di quella tanta fiducia che aveva perso per strada, e che ha permesso al Qwest Field di ammirarlo in una ricezione di importanza fondamentale nella vittoria ottenuta sui Saints, piazzata proprio nel momento in cui New Orleans sembrava avere le carte in regola per riprendere in mano la partita.

Lui e il nuovo compagno Lynch, che in NCAA ha vestito i colori dei rivali Golden Bears, sono stati essenziali per Seattle, che è riuscita a tenere le redini del match grazie alle loro giocate nei momenti decisivi; prima la ricezione da TD, 38 yds, dell’ex Trojans, poi l’incredibile corsa da 67 yards dell’ex Bills hanno indirizzato il Wild Card game in favore dei Seahawks, rinati insieme a questi due atleti che sembrano aver ritrovato quel sentiero smarrito che li aveva portati in NFL da protagonisti.

Chi per questioni tecniche, chi per vicissitudini caratteriali, avevano visto la propria carriera segnata ed orientata verso un declino cronico, interrotto fortunatamente da un coach che aveva avuto modo di seguirli da vicino quando si allenavano sulle sponde opposte di Los Angeles, che conosceva le loro enormi qualità e il talento che madre natura aveva messo loro a disposizione.

Uno seguito con gli occhi amorevoli di un “padre”, l’altro ammirato attraverso lo sguardo attento ed un po’ invidioso di un avversario, ma comunque attenzionati dalla stessa persona che li ha voluti fortemente a Seattle, unendo un destino che li aveva visti prima fronteggiarsi come avversari e poi perdersi nel dorato mondo NFL; un mondo che dimentica presto, e che soprattutto nel caso di Marshawn era pronto ad accantonare uno dei migliori runner visti all’opera nell’ultimo lustro, capace di duellare con Adrian Peterson, non uno qualunque, nel corso della stagione da rookie.

Tre storie, Carroll, Williams, Lynch, per certi versi molto simili, tutte desiderose di un riscatto, di una seconda possibilità che hanno trovato nella squadra che sembra fatta per le seconde chanches, per riprovarci ancora, come nel caso di Hasselbeck e di John Carlson, che dopo aver segnato appena un touchdown in stagione regolare ne realizza addirittura due alla prima apparizione ai playoffs, tenendosi i colpi migliori, quelli preziosi e decisivi, per quando si inizia a fare davvero sul serio.

Proprio come fanno i campioni, quelli che non mollano mai e che cercano sempre il riscatto.

commenti
  1. Brett scrive:

    Non bisognava abbandonarsi agli isterismi per il fatto di vedere una franchigia con record negativo ai PO.
    Sì, condivisibile.

    Non è necessario, per la rarità di quest’anno, rivedere interamente la formula dei PO. Le vincitrici delle Divisions devono andare ai PO.
    Sì, condivisibile.

    E’ giusto continuare a stilare il seeding indipendentemente dai records, e concedere alle vincitrici delle Divisions la partita casalinga sicura.
    NOOOOOOO WAY.
    La favola di Seattle è bellissima, ma fuori casa avrebbero scagliato di brutto. Ma di brutto.
    Il football è uno sport in cui casa-trasferta conta ancora paurosamente, per fortuna. Conta ancor di più in caso di forte disequilibrio tra le squadre: Seattle a mio modestissimo modo di vedere non meritava il Qwest Field.

  2. davelavarra scrive:

    Dopo l’epilogo della regular season e la penuria della Nfc West mi sono convinto della necessità della Nfl di dover ristrutturare l’accesso ai playoffs. Avevo paura di disinnamorarmi come è parzialmente accaduto per la nba, dove all’est vanno ai playoffs squadre ridicole, perchè non c’è concorrenza. Non mandare ai playoffs la vincitrice di division sarebbe stato troppo, ma non darei il premio di una gara casalinga a chi ha un record perdente a discapito di un’altra squadra arrivata seconda in una division nettamente più forte.
    Comunque i Seahawks e Carroll hanno dimostrato di appartenere a pieno merito a questa postseason, Seattle è un luogo magnifico per giocare a football da quando esiste il Qwest Field, e va bene così.
    E MAtt Hasselbeck ha tutta la mia stima per il grande guerriero che è.

  3. Cero75 scrive:

    d’accordo sul fatto che la vincitrice della Divisione deve andare ai play off. Del resto il record negativo può essere anche determinato da un forte equilibrio nella division a fronte di una relativa debolezza rispetto al resto. Ci sta. E’ vero che il vantaggio del campo era esagerato e se si fosse giocato a NO andava diversamente. E quel campo indubbiamente è un fattore decisivo! (a parte che si vedevano le tracce di una partita di soccer…. sacrilegio) Ma non sono d’accordo sul fatto che il fattore casa sia così decisivo (a parte appunto alcune eccezioni). Basta vedere come sono andate le altre 3 wildcard! solo Seattle ha vinto in casa!!!

  4. Brett scrive:

    Cero75 il ritenere il fattore casa non così decisivo è rispettabilissimo.
    Quest’anno in stagione regolare le 12 squadre andata ai PO hanno registrato un recod casalingo di 71-25 (.739)
    Purtroppo non riesco a trovare il record casalingo NFL all-time dei PO. Credo cmq non confermerebbe la tua tesi.
    Questo non toglie che nel wild card weekend si siano registrate vittorie in trasferta.

  5. B84enny scrive:

    Complimenti per l’articolo. Premetto che sono un accanito tifoso dei Seahawks e li seguo ormai da alcuni anni.

    Io penso che le regole della NFL (pur con qualche difetto) vadano abbastanza bene così come sono.

    Non dimentichiamo che la tanto criticata NFC West (che io stesso ritengo la division più debole nel panorama NFL) ha fornito negli ultimi anni ben due finaliste al grande ballo (anche se entrambe perdenti).

    I Seahawks dall’anno del loro Super Bowl sono stati un tantino poco considerati e troppo presto dati per appagati. In realtà negli ultimi anni (anche sotto la poco esaltante gestione Mora) la squadra di Seattle è stata falcidiata da infortuni nei ruoli chiave come pochissime (forse nessuna) squadre della NFL.

    Perso Alexander prima del Super Bowl (si, ha giocato, ma in che condizioni?) e mai recuperato i Seahawks si sono trovati da una stagione all’altra senza un running back capace di dominare le statistiche NFL per circa un quinquennio. Praticamente l’anno successivo si sono trovati anche senza il veteranissimo Mack Strong (fullback a cui Alexander deve molto) e, come già ricordato nell’articolo, senza alcuni pezzi pregiati delle linee (anche in difesa ci sono state defezioni importanti: Wistrom, Kerney, Hamlin, … ). L’anno scorso Mora si è ritrovato per buona parte della stagione senza QB, senza linea offensiva, senza un RB valido, senza linea difensiva, senza Tatupu per quasi tutta la stagione e con un reparto ricevitori poco attrezzato (escluso il sempre eccellente Carlson).

    Anche quest’anno coach Carroll ha dovuto impegnarsi a fondo per tirare fuori dal cilindro una linea offensiva sempre diversa e competitiva (senza riuscirci, a volte). Ha dovuto recuperare piano piano un Tatupu sempre non al meglio della condizione. Ha fatto i conti con la presenza del tutto incostante di Okung (scelto al primo giro). Con acciacchi vari dei ricevitori e, a volte, di Hasselbeck…

    Secondo me i Seahawks, pur non essendo certo una squadra d’elite, nelle ultime stagioni hanno raccolto pochino rispetto a quanto seminato nel decennio passato e negli ultimi anni. Però con Carroll la dirigenza ha voluto dare una bella sferzata all’ambiente e, comunque vada, direi che la scelta ha pagato.

    Ciao!

  6. Brett scrive:

    @Cero75
    Ho fatto un controllino volante sulle sole squadre attualmente appartenenti alla NFC North (in cui considera giocano i Lions…): il loro totale all-time playoffs record casalingo (dal 1967) è 31-17 (.659).
    Considera che il record casalingo delle squadre della NFC East, con tutto quello che hanno vinto i Cowboys, i Redskins e i Giants (ma anche Phila) negli anni, è ancora più netto nella differenza W-L

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