2010: Top 10 of USA Sports

Pubblicato: dicembre 29, 2010 da mickplayit in Uncategorized

Tutti aspettavamo questo momento. "I'm going to take my talents to South Beach".

Ciao 2010,

sei stato l’anno dal quale non ancora usciamo dalla crisi economica, un anno di tracolli di livello nazionale, tra cui Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia, sei stato l’anno dei Mondiali in Sudafrica, con la dolce sensualità di Shakira in Waka Waka, con le fastidiosissime vuvuzela, con l’infallibile Polpo Paul che ha lanciato la Spagna di Iniesta, Xavi e Villa “maravilla”. Messi e Maradona deludenti, fuori l’Inghilterra di Capello e il Brasile di Kakà, disastrosa la Francia e pure noi, tornati tra le braccia di Lippi e a casa già nel girone eliminatorio. Il modo peggiore per difendere l’onore e la Coppa del Mondo.

Sei stato l’anno di una delle più grande tragedie ecologiche di sempre, le perdite di petrolio nel golfo del Messico, delle piogge micidiali in Pakistan, della nube vulcanica che ha disturbato i cieli di mezza Europa…

… dei terremoti ad Haiti e in Cile e poi sempre qui dell’incredibile storia dei minatori rimasti intrappolati sotto terra per oltre due mesi.

In Italia non si è parlato per mesi che del caso di Sarah Scazzi, una ragazzina salentina uccisa forse dalla cugina o dallo zio mostro e poi del solito eterno Berlusconi. Pareva l’anno della sua fine ma tre parlamentari il 14 dicembre gli hanno allungato la vita alla Camera, proprio al culmine del potenziale tonfo, con il litigio furente con Fini, tra modelle marocchine minorenni, feste, festicciole, sorrisi e compravendite di deputati. Il solito show italiano, in onda dal 1994.

Mentre Napoli ritorna ad essere sommersa dai rifiuti a Pompei crolla anche la nostra storia, salutiamo la crudelmente originale fine di Mario Monicelli, ci appendiamo alle rivelazioni di Wikileaks, speriamo tutti in un futuro meno precario e di non vedere più fotografie che credevamo appartenessero al passato, come a Roma a Piazza del Popolo e dintorni, tra vetrine spaccate e fumi neri in aria.

L’anno zero del nuovo decennio inizia da qui. Un altro bellissimo canto di vittorie e di sorprese, di eventi dello sport USA sempre così troppo bello da potersi esprimere a parole. Ecco le 10 storie da ricordare.

10. UN TUONO NEL CIELO NBA

Kevin Durant ascende al Pantheon dei più grandi, con Kobe, LeBron e Dwyane. Playoff con Oklahoma City, miglior scorer a quota 30,1 di media, MVP morale alle spalle del suddetto LeBron, poi l’estate e il trionfo con Team USA ai Mondiali.

Miglior giocatore del torneo con il secondo a distanza abissale, domina col suo gioco di fondamentali, con la sua faccia seria e pulita, ridando onore ad una selezione nazionale che di onore ne aveva perso parecchio negli anni precedenti. Ben arrivato Kevin, questo mondo NBA è da quest’anno anche un po’ tuo.

9. UNA FAVOLA QUASI PERFETTA

Gli annali del torneo NCAA sono colmi di storie di squadre “cenerentola” che fanno sognare l’America abbattendo i grandi nomi del college basket. Quest’anno però siamo arrivati ad un passo da un finale da film.

Gara per il titolo. Butler University, una piccola università dello stato dell’Indiana e quindi ad un passo da Indianapolis, dove si giocavano le Final Four, affronta la leggenda di Duke di Coach K. Gordon Hayward, la star della squadra, lancia una preghiera da metà campo per il vantaggio definitivo, a tempo oramai scaduto. Per pochi centimetri non si assiste al più incredibile finale di sempre della storia, forse di tutti gli sport. Ma è stato bello lo stesso, anche se Duke vince le copertine sono anche per i Bulldogs.

8. YEAR OF THE PITCHER

Dopo l’era Barry Bonds, dopo le mazze truccate per colpa degli steroidi, il baseball quest’anno è stato solo una questione di pitcher. Cifre offensive mai così basse da almeno 17 anni, 6 no-hitter in stagione, il massimo dal 1917, due di questi perfect game, uno di Roy Halladay (Philadelphia Phillies) e l’altro di Don Larsen (Oakland A’s) ed un terzo che non c’è mai stato ma che merita una storia a parte.

Come se non bastasse lo stesso Halladay ha lanciato un no-hitter in un gara di playoff, l’ultimo dai tempi di Don Larsen (perfect game alle World Series) e in più abbiamo assistito al debutto di un fenomeno come Stephen Strasburg, 32 K nelle sue prime gare nelle Majors con i Washington Senators. Altre meraviglie : Ubaldo Jimenez (Rockies), Cliff Lee (Texas Rangers) e il genio di Tim Lincecum, decisivo per i suoi Giants fino al titolo nelle World Series.

7.  FAVRE, STRISCIA LA NOTIZIA

La striscia è finita a quota 279, 321 inclusi i playoff. Brett Favre non perdeva una gara NFL dal 27 settembre del 1992, quand’era un ragazzino di quasi 23 anni con i Packers. Per 18 anni ha sempre giocato, caldo umido e freddo polare, nebbia e neve, caldo arido e pioggia, sempre, anche con la spalla rotta, con il piede fratturato. Mai assente.

Quest’anno maledetto si è interrotto tutto. A gennaio lancia un intercetto nel finale del Championship game della NFC contro i Saints, ma essere stato ad un passaggio dal Super Bowl gli inietta la fiducia giusta per continuare. Prima decide il ritiro, poi torna, poi smette di nuovo, poi ritorna, poi di nuovo si allontana dal football poi definitivamente accetta di giocare ancora per i Vikings.

Decisione sbagliata. Il record va avanti, poi però si interrompe di colpo. Prima ci sono tante sconfitte, solo un passaggio alla meteora Randy Moss (poi passato ai Titans) per il TD numero 500 in carriera, poi il buio, i playoff visti in tv. Uno spettacolo interrotto dallo squillo del telefono.

E’ il suo avvocato che sta preparando la difesa per il caso di molestie ad una giovane e procace ragazza dell’organizzazione dei Jets. Certe zozzerie per sms si pagano nell’America puritana, soprattutto se, a quanto pare, fotografi il tuo pene e lo spedisci in allegato. Nonostante tutto, grazie Brett, grazie di tutto.

6. GLI ALTRI CHIACCHIERANO, KOBE VINCE

Niente parole. Kobe e i Lakers continuano a vincere. Sono ritornati i Celtics alle Finals, è ritornata gara 7, Kobe fa 6/24 dal campo ma alla fine trionfa Los Angeles. Trionfa con Kobe il solito Fisher decisivo, esulta Gasol ormai stabilmente ai vertici della lega, gioisce pure Ron Artest che in braccia a Phil Jackson pare un angioletto educato e pacato.

Già, coach Zen. Siamo a quota 11 titoli, ad uno solo dal quarto three-peat, qualcosa di assolutamente mostruoso. Onore comunque a Boston, nonostante la sconfitta. Il regalo dell’equilibrio fino a gara 7 è stato apprezzato da tutti i fan di sfide sempre aperte e mai banali.

5. SITTIN’ ON THE DOCK OF THE BAY

C’è una bellissima canzone di Otis Redding cantata con la proverbiale voce trasportata e sofferta del soul nero, dal titolo di cui sopra, che parla del protagonista che dal Sud si trasferisce verso la “Frisco Bay” per la speranza di una vita migliore. Arrivato in California però troverà che il suo sogno era solo tale, che le sofferenze sono le stesse e anzi, c’è in più la solitudine scaturita dalla distanza dalla terra natia.

Per i Giants è stato così fin dal 1958, quando da New York si spostarono al sole della Baia solo per ritrovarsi seduti su una roccia della baia, a ricordare la gloria perduta e a lamentarsi di un titolo che mancava dal 1954. Fino a quest’anno, quando finalmente Tim Lincecum e compagni hanno sfatato un altro dei tabù storici del baseball (il più celebre dei quali, The Curse of the Bambino, già evaporato nel 2004) con la vittoria contro la sorpresa Texas Rangers, per la disperazione di Bush padre e figlio.

4. THE IMPERFECT GAME

Siamo a Detroit, è il 2 giugno, ospiti dei Tigers sono i Cleveland Indians. Sul monte di lancio per i padroni di casa c’è Armando Gallaraga. Quello che succederà in questo giorno sarà qualcosa di unico nella storia centenaria del baseball.

Eh sì, perché di perfect game ve n’erano stati 20 in tutta la storia e questo sarebbe stato il ventunesimo. Non solo, sarebbe stato il secondo in solo 4 giorni (Roy Halladay), il terzo in una sola stagione (Dallas Braden), il quarto in 10 mesi (Mark Buehrle).

E invece no, Gallaraga lancia 8⅔ perfetti, poi affronta l’ultimo battitore per la gloria. Già altre volte, precisamente nove, un perfect game era andato in frantumi solo ad un out dalla conclusione. Mai però come con Gallaraga.

Ultimo out da registrare quindi, al piatto c’è il rookie Jason Donald, ground ball verso il prima base Miguel Cabrera, assistenza in prima allo stesso Gallaraga in copertura difensiva, E’ out ! Partita finita, perfect game numero 21.

No, quello che per mezzo secondo sembrava a tutti un chiaro out è chiamato dall’arbitro come una valida. Incredibile, una valida per sporcare un perfect game all’ultimo out. Ma basta un solo velocissimo replay per rendersi conto che l’arbitro ha sbagliato, che l’out è sacrosanto, così la fine dell’incontro e il perfect game.

Ma il baseball ha regole vergate da decenni e decenni di tradizione. Non si può cambiare una simile decisione, nonostante tutti, arbitro compreso, si sono subiti accorti dell’errore. Ecco, era questo che non era mai successo. Tutti gli altri lanciatori avevano fallito per mano loro, chi concedendo una valida chi un walk. Per la prima volta un chiarissimo errore dell’arbitro manda tutto in fumo.

La faccia di Gallaraga dall’innocente stupore rimarrà per sempre. Come quella dell’arbitro, tale Jim Joyce, che non riesce a celare dietro i suoi baffoni la vergogna. Quello che sussegue è un fiume di parole sull’opportunità o meno di rovesciare la chiamata sul campo dagli uffici delle Majors o sulla necessità anche nel baseball dell’instant replay.

Ma contano solo quelle dei protagonisti, faccia a faccia già il giorno dopo. “I just cost that kid a perfect game”, “Nobody’s perfect” gli fa eco il pitcher, come le ultime parole di “A qualcuno piace caldo”. Poi si stringono la mano, davanti a tutti, con un grande applauso in sottofondo. Una pagina di baseball da tramandare ai posteri.

3. LET THE EAGLE FLY

Michael Vick aveva tutto. Fama, ricchezza, donne, il rispetto degli avversari, l’amore dei tifosi che lo celebravano come il più elettrizzante QB di oggi e forse della storia del gioco. Poi una stupida goliardata risalita all’attenzione del grande pubblico, ovvero trovare divertente scommettere sul combattimento dei cani che si scannavano fra loro ha rovinato tutto.

L’America benpensante col cagnolino nel backyard non ha chiuso un occhio, nemmeno il giudice. 21 mesi di carcere, dichiarazione di bancarotta e addio sogna di gloria. E invece siamo in America, il paese delle seconde opportunità. Vick esce di priogione, nel 2009 è firmato dai Philadelphia Eagles, fa il back-up di Donovan McNabb. Lampi di genio e poco altro.

E’ il 2010, McNabb se ne va a Washington, è il momento giusto. Ma non pare così. Coach Andy Reid nomina il promettente Kevin Kolb QB titolare. In week 1 però il ragazzo si fa male, è il momento di Mike, finalmente. Da lì solo scintille, grazie anche ad una spettacolare connection con l’esplosivo DeSean Jackson.

E invece no, ancora una volta. Alla quarta partita Mike si fa male alle costole dopo una delle sue leggendarie corse dal backfield, deve uscire, si teme la fine della stagione. Kolb intanto gioca e vince e Reid è assalito dalla stampa. Chi parte titolare quando Vick rientra ?

Entrambi se giocano vincono, pare un dilemma irrisolvibile. Il coach ci ripensa definitivamente, è Vick il titolare. Così riesce ad entrare in Week 9, pare definitivamente. Nonostante tutto, è proprio il caso di dirlo, una stagione da possibile MVP, qualcosa di assolutamente non previsto e al tempo stesso bellissimo da vedere.

E’ tornato il più spettacolare, il più inafferrabile, è tornato con le stesse gambe di prima ma con un braccio molto più preciso. E’ tornato con la testa rivolta solo ad una potenziale trionfale cavalcata nei playoff. Vedremo, intanto bentornato, mancavi a tanti, forse anche a chi ti voleva lapidare per uno stupido errore ma era troppo mediocremente ipocrita per ammetterlo.

2.  WHEN THE SAINTS GO MARCHING IN

La redenzione di un’intera città passa anche attraverso lo sport. Era il 2005 quando New Orleans, una delle più belle città degli USA fu quasi completamente spazzata via da un violento uragano, trasformando il favoloso Superdome in un enorme accampamento per i disperati superstiti.

Sono passati 4 anni e i Saints, l’amatissima squadra NFL, hanno vinto un Super Bowl da sfavoriti, contro i più accreditati Indianapolis Colts di Peyton Manning. Il grande QB, MVP stagionale per la quarta volta in carriera, ha anche lanciato un intercetto ma la vera svolta della gara è stato il coraggio di coach Sean Payton.

All’inizio del terzo periodo la sorpresa. Al posto del kick-off un onside kick, recuperato tra le facce sbigottite degli avversari. Il drive seguente porterà al primo vantaggio della serata, grazie ad un Drew Brees dalla precisione chirurgica. MVP del Super Bowl è proprio il QB dei Saints, dopo una stagione dal 70,6 % di passaggi completati, record NFL. Una storia dolce, da festeggiare nel cuore di una città che non poteva morire e che sta lentamente rinascendo.

1. THE DECISION

In principio fu prima di entrare nella NBA, già dal suo anno da junior al liceo. Ricordo un piccolo trafiletto su ASB che preannunciava LeBron come futura star. Di sicuro una star lo era già prima del draft, perché tutti non riuscivano semplicemente a non parlare di lui. Per mesi e mesi.

Come prima del luglio di quest’anno, quando diventa ufficialmente free-agent. Anche qui non si è parlato d’altro. Dove va ? Resta a Cleveland ? Va a New York ? Ai Nets verso Brooklyn e Jay Z ?

Dibattiti, ipotesi, chiacchiere infinite, il mondo di nuovo ai suoi piedi, ancora l’argomento principale e l’approdo scontato di qualsiasi discussione, anche fuori dal basket, anche fuori dall’America. La data è fissata per l’8 luglio, diretta ESPN in tutto il mondo. Lì si saprà finalmente la sua decisione.

Anche qui in Italia si accende ESPN America, la diretta comincia con una tavola rotonda di giornalisti. Sembra di dover aspettare la notizia se stia per essere sganciata o meno una bomba che possa distruggere il mondo. C’è tensione, c’è un’attesa che risale alle stelle con le prime immagini dello show, c’è più ansia che euforia, qualcosa di non facilmente descrivibile. Di sicuro non era mai successo che una scelta sul futuro di un giocatore si consumasse in questo modo.

Dopo mezz’ora si attiva il collegamento con LeBron, seduto su una sedia nel mezzo di una piccola palestra di provincia. Intanto i rumor sono già noti. LeBron andrà a Miami, si dice, è praticamente sicuro. Ma bisogna scrutare la sua faccia, tesa come non era mai stata. Sara vero ? Possibile mai vada a fare il paggetto di Dwyane ?

Ci sono alcune domande di approccio ma la tensione invece di scemare sale di botto. Ricordo la faccia di Fabio Grosso prima di battere il rigore per la vittoria ai Mondiali, lì nel suo volto intuii che avrebbe segnato. Da quello di LeBron niente, solo un turbamento interiore che adesso è anche nostro.

Poi finalmente, a liberarsi di un peso, le parole che tutti attendevano. “In this fall, this is very tough, in this fall I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat”. La faccia è sofferta, quello che ha detto è un macigno. E’ una sorpresa che di fatto sconvolge tutti, anche se i rumor degli ultimissimi minuti ne hanno allentato l’effetto.

Traditore a Cleveland, pavido per New York, “bastardo senza gloria” per chi pensa che possa essere facile vincere insieme a Dwyane, che sia questo un gesto anche da codardo e certo non all’altezza della sua grandezza. Di sicuro tanto l’attesa quanto le conseguenze di questa decisione sono state la storia dell’anno.

Poi c’è finalmente il campo. Vincerà ? La vittoria avrà un sapore amaro ? La sua legacy è rovinata ? “LeBron broke my heart” lessi su quello che resta del muro di Berlino questa estate, anche lì. “Il re senza corona e senza scorta” ha anche un’altra missione. Riconquistare il cuore del grande pubblico, anche e soprattutto di chi non se ne sta sdraiato al sole di South Beach.

E’ stato un anno veramente denso negli sport USA, un anno di grandi cambiamenti che ha completamente ridisegnato l’architettura dei nostri amati tornei d’oltreoceano.

Buon 2011 a tutti, qui dalla nostre italiche città verso l’America, capitale dei nostri interessi, capitale inestimabile da spendere tutti i giorni.

commenti
  1. Luca10 scrive:

    The decision alla 1? Per me non ci siamo per niente, ma neanche vicini eh. Anche perchè quella roba con lo sport c’ha molto poco a che fare.

  2. Hedo scrive:

    Bell’articolo complimenti, riguardo “the decision” se ne è già parlato talmente tanto che commentare ulteriormente sarebbe superfluo ma aldilà dell’opinione che ognuno di noi si è fatto sulla scelta, è innegabile che ha rappresentato una svolta epocale nel giochino di Stern. La verità è che se la decisione fosse stata diversa (magari rimanere a Cleveland) sarebbe la prima per abissale distacco.
    Secondo me meritava qualche posticino più in alto la favola quasi perfetta di Buttler e di Gordon Hayward.
    Poi scavallerà l’anno quind giustamente non rientrerà in classifica ma se Mike Vick vincesse il titolo MVP e Super Bowl (fatemi sognare da tifoso degli Eagles) la trasformazione da idolo a reiètto a nuovo idolo protrebbe anche scavalcare “the decision”

  3. atorre scrive:

    Bellissimo articolo. Penso che, nonostante non sia un appassionato di hockey, un posticino l’avrebbe potuto trovare anche la vittoria a sorpresa in NHL dei Chicago Blackhawks. Ciao a tutti e Buon anno.

  4. 8gld scrive:

    Condivido il saluto a Monicelli.
    Effettivamente alla 1° “the decision” un pò stona,
    per il resto articolo interessante e ben scritto. Complimenti.

  5. […] This post was mentioned on Twitter by tdc, playitusa. playitusa said: 2010: Top 10 of USA Sports http://nblo.gs/cnERp […]

  6. sid scrive:

    alla prima ci stava tutta la vittoria dei Saints

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